Due anelli possono avere quasi lo stesso colore, dimensioni simili e persino un peso non troppo diverso.
Eppure, osservando i piccoli numeri impressi all’interno, si può scoprire che non sono affatto la stessa cosa.
Su uno compare 750, sull’altro 375.
È uno di quei dettagli che per chi non lavora con i preziosi può sembrare secondario, mentre racconta una parte fondamentale dell’oggetto che si ha tra le mani.
Dietro quei numeri ci sono infatti i carati dell’oro, cioè un sistema che permette di capire quanto oro puro è effettivamente presente in una lega.
La questione diventa particolarmente importante quando un gioiello deve essere valutato.
Colore e brillantezza possono suggerire qualcosa, ma non consentono da soli di stabilire la purezza del metallo.
Un oggetto dall’aspetto intensamente dorato non contiene necessariamente più oro di uno dalla tonalità più tenue.
Allo stesso modo, un gioiello quasi bianco può avere esattamente la stessa caratura di uno giallo.
Conoscere almeno le indicazioni più comuni permette quindi di guardare un prezioso con maggiore consapevolezza.
Termini come 18 carati, 750 millesimi o titolo dell’oro smettono di sembrare espressioni riservate agli addetti ai lavori e diventano informazioni piuttosto semplici da interpretare.
Carati dell’oro: cosa indica realmente questo numero
La parola “carato” può generare qualche equivoco perché viene utilizzata anche parlando di pietre preziose.
Nel caso di diamanti e altre gemme indica una misura di massa.
Quando parliamo di oro, invece, serve a esprimere la proporzione di metallo prezioso presente nella lega.
Il riferimento massimo è rappresentato dai 24 carati.
Possiamo immaginare di dividere idealmente la lega in 24 parti: quando tutte corrispondono all’oro ci troviamo al livello massimo di purezza espresso con questo sistema.
Nell’oro 18 carati, invece, 18 parti su 24 sono costituite da oro e le restanti sei da altri metalli.
Da qui deriva un’altra indicazione molto familiare a chi possiede gioielli prodotti o commercializzati in Italia: il numero 750.
Diciotto parti su ventiquattro equivalgono infatti al 75%, cioè a 750 parti di oro su mille.
Carati e millesimi non indicano quindi caratteristiche differenti: sono due modi di esprimere la proporzione di oro presente nella lega.
Lo stesso calcolo permette di interpretare altre sigle.
’oro 14 carati corrisponde comunemente al titolo 585, mentre quello a 9 carati viene identificato con 375.
Per l’oro ad altissima purezza si incontrano invece indicazioni come 999 o 999,9.
La differenza diventa molto concreta quando si confrontano due oggetti.
Dieci grammi di una lega a 750 millesimi non equivalgono, dal punto di vista del contenuto di oro fino, a dieci grammi di una lega a 375 millesimi.
La bilancia registra lo stesso peso, ma la quantità di oro presente è profondamente diversa.
È un concetto semplice una volta compreso, ma non sempre intuitivo.
Molte persone associano infatti la qualità di un gioiello soprattutto al suo aspetto: se è pesante, brillante e di un giallo intenso viene spontaneo immaginare che contenga molto oro.
In realtà nessuno di questi elementi, preso singolarmente, permette di stabilirne con sicurezza la caratura.
Perché non tutti i gioielli sono realizzati in oro 24 carati
Se 24 carati indicano il livello massimo di purezza, si potrebbe pensare che un gioiello realizzato con questa quantità di oro sia sempre preferibile.
In gioielleria le cose sono più sfumate.
L’oro molto puro è particolarmente duttile e malleabile.
Sono caratteristiche straordinarie per chi deve lavorare il metallo, ma non necessariamente ideali per tutti gli oggetti destinati a essere indossati ogni giorno.
Un anello urta contro superfici dure, una catenina viene sottoposta a trazioni, una chiusura deve resistere a moltissime aperture.
Per ottenere determinate caratteristiche meccaniche, l’oro viene quindi combinato con altri metalli.
È una pratica che appartiene da secoli alla tradizione orafa.
Non si tratta di “diluire” semplicemente un materiale prezioso, ma di creare una lega adatta alla funzione e alla lavorazione del gioiello.
Questo aiuta anche a comprendere la diffusione dell’oro 18 carati nella gioielleria italiana.
Il titolo 750 mantiene una percentuale elevata di oro e allo stesso tempo consente di ottenere caratteristiche particolarmente adatte alla produzione di molti preziosi.
Dire che un gioiello è in oro 18 o 14 carati non significa dunque dire che è “finto”.
Significa identificare una lega con una determinata percentuale di oro.
È una distinzione importante, perché nel linguaggio quotidiano “oro puro” e “oro vero” vengono talvolta utilizzati come se fossero sinonimi, quando non lo sono.
Le leghe hanno inoltre un ruolo evidente nel colore.
Modificando i metalli associati all’oro si possono ottenere tonalità differenti.
È ciò che accade con oro giallo, bianco e rosa.
Gold Point ha dedicato un approfondimento proprio alle differenze tra oro bianco, oro giallo e oro rosa.
Qui è utile sfatare un equivoco frequente: **il colore non rivela automaticamente i carati dell’oro**.
Un anello in oro bianco e uno in oro giallo possono essere entrambi 18 carati e avere quindi lo stesso titolo 750.
Ciò che cambia è la composizione complessiva della lega e, con essa, l’aspetto finale del gioiello.
Carati dell’oro e valore: cosa succede durante una valutazione
Immaginiamo ora una situazione concreta.
Una persona porta a valutare alcuni gioielli che non utilizza più: due bracciali, un anello e una vecchia catenina ricevuta anni prima.
A casa li ha già pesati e ha annotato i grammi.
Potrebbe quindi sembrare che il lavoro sia quasi terminato.
In realtà, il peso è soltanto una delle informazioni necessarie.
Supponiamo che i due bracciali pesino entrambi 20 grammi.
Il primo è in oro 18 carati, il secondo a 9 carati.
Nel primo caso il 75% della lega è costituito da oro; nel secondo la percentuale scende al 37,5%.
Semplificando, nei 20 grammi del primo bracciale troviamo teoricamente circa 15 grammi di oro fino, mentre nel secondo circa 7,5.
Stesso peso.
Quantità di oro molto diversa.
È per questo che leggere una quotazione online e moltiplicarla semplicemente per i grammi del proprio gioiello può portare a un risultato fuorviante.
Prima bisogna sapere quale metallo si sta effettivamente considerando e con quale titolo.
I punzoni rappresentano un primo indizio.
Se il numero 750 è chiaramente leggibile, abbiamo già un’informazione significativa.
Nella pratica, però, non sempre le cose sono così lineari.
Un anello indossato per quarant’anni può avere la marcatura quasi cancellata.
Una catenina può aver ricevuto una chiusura nuova durante una riparazione.
Un gioiello proveniente dall’estero può presentare indicazioni differenti da quelle alle quali siamo abituati.
Esistono poi oggetti modificati più volte nel corso della loro vita.
Quando il punzone non è sufficiente, la verifica del metallo diventa quindi una parte essenziale della valutazione.
Nell’approfondimento dedicato a come cambia la valutazione dell’oro vengono analizzati proprio alcuni dei fattori che possono incidere sul risultato finale.
C’è inoltre un’altra distinzione da tenere presente.
Determinare la quantità di oro presente non significa necessariamente aver determinato il valore complessivo di qualsiasi gioiello.
Una lavorazione particolare, una firma riconoscibile, determinate pietre o altre caratteristiche possono richiedere considerazioni ulteriori.
Il valore del metallo e quello del gioiello non coincidono necessariamente.
In alcuni casi il primo è l’elemento principale; in altri è necessario osservare l’oggetto nella sua interezza prima di capire quale sia il criterio di valutazione più appropriato.
Punzoni consumati, gioielli ereditati e dubbi sulla caratura
La teoria dei carati diventa particolarmente interessante quando ci si trova davanti a oggetti che hanno già avuto una lunga vita.
È il caso tipico dei gioielli ereditati.
Immaginiamo tre oggetti appartenuti alla stessa famiglia.
Una fede reca ancora chiaramente il numero 750.
Su una catenina, vicino alla chiusura, si distingue 585.
Il terzo oggetto è un anello più vecchio: l’interno della fascia è consumato e ciò che resta dell’incisione non permette di leggere alcun numero.
Nei primi due casi possediamo almeno un’indicazione iniziale.
Nel terzo, invece, non avrebbe senso attribuire una caratura basandosi semplicemente sul colore o sul peso percepito tenendo l’anello in mano.
È proprio in situazioni come questa che emerge il limite dei controlli domestici.
In rete circolano numerosi suggerimenti per riconoscere l’oro attraverso calamite, acidi, sfregamenti o altri sistemi improvvisati.
Alcuni possono fornire indizi molto generici; nessuno dovrebbe però trasformarsi nella certezza di avere determinato autonomamente titolo e valore di un prezioso.
Alcune prove, inoltre, se eseguite senza esperienza possono lasciare segni o danneggiare l’oggetto.
Un’altra situazione frequente riguarda i gioielli composti da elementi diversi.
Una collana può avere una chiusura sostituita; un pendente può essere stato montato successivamente; un vecchio anello può aver subito modifiche.
La presenza di un punzone su una singola parte non autorizza automaticamente a estendere quell’informazione a qualsiasi elemento dell’oggetto senza ulteriori verifiche.
Conoscere i carati serve quindi soprattutto a sapere quali domande porre.
Se si decide di far valutare e vendere oro usato, comprendere il rapporto tra peso, caratura e quotazione permette di seguire il procedimento con maggiore consapevolezza e di chiedere spiegazioni sui singoli passaggi.
Carati dell’oro: una piccola informazione che cambia il modo di guardare un gioiello
Non occorre ricordare a memoria ogni titolo esistente.
Per la maggior parte delle persone è già sufficiente familiarizzare con le corrispondenze più frequenti: 24 carati per le purezze più elevate, 18 carati e 750 millesimi, 14 carati e 585, 9 carati e 375.
Da quel momento anche osservare i propri gioielli diventa diverso.
Il minuscolo numero nascosto all’interno di un anello non appare più come un codice incomprensibile.
Racconta quale proporzione di oro è stata utilizzata per creare quella lega e aiuta a spiegare perché oggetti apparentemente molto simili possano avere caratteristiche differenti.
È anche uno strumento di consapevolezza quando arriva il momento di una valutazione.
Sapere che venti grammi di oro 18 carati non equivalgono a venti grammi di oro 9 carati permette di comprendere immediatamente perché il peso, da solo, non possa fornire una risposta.
Naturalmente il punzone non trasforma il proprietario di un gioiello in un perito, né dovrebbe farlo.
Offre però qualcosa di molto utile: un punto di partenza.
Permette di arrivare a una valutazione conoscendo almeno il significato delle informazioni fondamentali e di distinguere tra quantità di metallo, caratura e valore dell’oggetto.
Alla fine, tutto parte da poche cifre. 750, 585, 375.
Numeri talmente piccoli da passare spesso inosservati e che, invece, rappresentano una vera carta d’identità della lega.
Imparare a leggerli significa comprendere un po’ meglio ciò che abbiamo tra le mani e, soprattutto, sapere perché i carati dell’oro sono uno degli elementi essenziali da conoscere prima di attribuire un valore a un gioiello.










